Lettera alla Redazione
Il Fratello che non doveva vincere
Leo Taroni ha fatto la cosa più pericolosa che si possa fare in una fratellanza segreta: ha vinto.
Non avrebbe dovuto. O meglio — avrebbe dovuto vincere nel modo in cui si vince in certi ambienti, cioè per accordo preventivo, per stanchezza degli avversari, per compromesso raggiunto in qualche anticamera prima che i voti venissero contati. Invece ha vinto davvero, con i numeri, con il consenso dei Fr∴lli, con quella fastidiosa concretezza che i risultati elettorali portano con sé quando nessuno li ha addomesticati in anticipo.
E da quel momento, i suoi problemi sono cominciati.

La Massoneria italiana ha una relazione antica e sofisticata con il potere. Non nel senso deteriore — o non soltanto in quello — ma nel senso strutturale: è sempre stata un luogo in cui la classe dirigente del Paese si è riconosciuta, si è parlata, si è organizzata. Un sistema di relazioni parallelo a quello ufficiale, più lento, più opaco, ma per questo stesso motivo più resistente. Le istituzioni cambiano, i governi cadono, i partiti muoiono. Certe reti restano.
Per funzionare, questo sistema ha bisogno di una cosa sola: la discrezione.
Non il segreto in senso romantico, con i rituali e le parole d’ordine. La discrezione come metodo di governo. Le rivalità si consumano dentro, le crepe restano nascoste, i conflitti si risolvono prima di diventare scandali. Il Tempio non è soltanto un luogo sacro — è anche un contenitore ermetico. Quello che entra non deve uscire.
Per generazioni ha funzionato.
Poi è arrivato Taroni. E ha cambiato le regole del gioco — non per capriccio, ma per necessità. Perché aveva dalla sua parte la cosa più scomoda che esista in politica: la ragione.
Taroni non è un agitatore. Non è un uomo che ha cercato il conflitto per vocazione o per ambizione personale. È un Fratello che ha creduto — con una serietà che oggi appare quasi anacronistica — che il voto dei Fr∴lli dovesse valere qualcosa. Che un mandato democraticamente espresso non potesse essere neutralizzato per via amministrativa, aggirato con un regolamento, dissolto nell’indistinto di una procedura. Ha creduto, in altre parole, che la Fratellanza fosse ancora capace di onorarsi da sola.
Questa convinzione gli è costata tutto. Ed è esattamente per questo che vale la pena difenderla.
Perché il punto non è Taroni in quanto persona. Il punto è quello che Taroni rappresenta nel momento in cui viene osteggiato: la possibilità che una comunità iniziatica si governi secondo i princìpi che proclama. Libertà. Uguaglianza. Fratellanza. Non come ornamenti rituali, ma come criteri effettivi di convivenza.
Quando un uomo vince un’elezione e non può governare, non è lui ad essere sconfitto. È l’elezione. È il voto. È la fiducia collettiva che in quell’atto si era depositata.
E quella fiducia, una volta tradita, non si recupera con un ricorso. Non si recupera con una sentenza. Si recupera soltanto riconoscendo l’errore e restituendo a Taroni quello che i Fr∴lli gli hanno dato: un mandato, una legittimità, un trono che è ancora suo.
Nel frattempo, il paradosso si consuma ogni giorno.
Più si cerca di spegnerlo, più diventa necessario. Ogni esclusione lo ingrandisce. Ogni censura lo trasforma. Ogni procedura disciplinare aggiunge un capitolo alla storia del Gran Maestro eletto senza trono — e quella storia ormai cammina da sola, con la forza silenziosa e ostinata che hanno le cause giuste quando vengono trattate ingiustamente.
Taroni non ha cercato di essere un simbolo. Ma è quello che succede quando un sistema sbaglia bersaglio: trasforma l’uomo che voleva ridurre in silenzio nell’unica voce che tutti continuano ad ascoltare.
La Massoneria italiana è a un bivio.
Può scegliere la strada che conosce: chiudere, compattarsi, resistere all’esterno e consumarsi all’interno, sperando che il tempo dissolva la questione come ha già dissolto tante altre. È una strada praticabile. Ma è la strada di chi ha già deciso che il proprio futuro conta meno del proprio equilibrio presente.
Oppure può scegliere di fare la cosa più difficile e più necessaria: riconoscere che qualcosa si è rotto, che il voto dei Fr∴lli merita rispetto, che Leo Taroni ha una ragione che non si cancella con un verbale.
Non è una questione di simpatie. È una questione di coerenza. Una Fratellanza che non onora il proprio voto non è più una Fratellanza. È un club con un rituale.
Viva Leo Taroni.
Non perché abbia vinto. Ma perché non ha smesso di credere che vincere dovesse significare qualcosa.
T∴F∴A∴