Voce di Hiram, il Canale Telegram di “Massoneria Legalitaria”, la corrente interna al G.O.I. il cui Leader è il Gran Maestro eletto Leo Taroni, indirizza una missiva pubblica all’inglese, per ricordargli che c’è qualcosa da ricordare…
Ill.mo Pro Grand Master della U.G.L.E., caro Johnny,
avendo appreso nella mattinata di oggi della tua intenzione di venire in Italia, a Roma, per incontrare il Gran Maestro sub iudice Antonio Seminario, in data 19 settembre, ci siamo chiesti quale folle e insana ragione ti avesse potuto consigliare una mossa tanto rovinosa.
Stai venendo ad incontrare un personaggio che, molto probabilmente, dopo due mesi sarà giudicato un abusivo – nel suo ruolo – da un Tribunale Civile italiano, e che già oggi non gode di lusinghiere ordinanze quale “capo” del G.O.I. (ultima in ordine di tempo quella recentissima del dr. Maurizio Manzi).
Pensi forse che arrivi tu e legittimi ciò che sta per essere dichiarato illegittimo da un Tribunale dello Stato Italiano? Se è così il nostro consiglio, per tua “igene”, è di restartene a Londra. Dacci retta, Johnny.

Ma forse sei qui per altro… forse vuoi approfondire il tema delle infiltrazioni criminali nella Massoneria italiana, certo! Forse sarà questo il tema del tuo incontro (ex) riservato con il nostro Tonino.
E allora, eccoti un po’ di materiale sul quale riflettere, prima delle tue “Vacanze romane”…
Premessa
In data 5 aprile 2023 esce, sulla piattaforma on-line “Editoriale Domani”, un articolo intitolato “La giustizia massonica e i verdetti sull’onorabilità degli iscritti”, nel quale si afferma:
«Assumono consistenza le parole dell’ex gran maestro Di Bernardo secondo cui “un massone viene condannato per un reato che ha compiuto nella società, però per la massoneria questo non è sufficiente per convalidare quel giudizio. La massoneria dà a se stessa l’autorità di fare la sua verifica per emanare il suo verdetto, che a volte può concordare con quello profano, altre volte no”»
A questa considerazione nello stesso articolo si aggiunge, prendendo spunto dagli atti della Commissione Antimafia della XVII Legislatura:
«La circostanza che non sempre i gravi precedenti penali acquisiscano rilevanza massonica è anche confermata dall’analisi del materiale in sequestro.
A tale ultimo proposito, basti riportare la sintomatica vicenda del fratello che, quale direttore di noti complessi alberghieri palermitani, aveva consentito ad un uomo d’onore di curare gli interessi di varie famiglie mafiose proprio all’interno della importante struttura liberty di ‘Villa Igiea’. Per tali condotte, il direttore, nel marzo del 1999, veniva tratto in arresto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e, nel successivo settembre, veniva condannato con sentenza di patteggiamento (allora consentita per tali gravi reati).
Di converso, dalla documentazione in possesso della Commissione, si è registrata una condotta altalenante da parte dell’obbedienza: in prossimità dell’arresto, il direttore veniva sospeso dalle attività massoniche; tre anni dopo, nell’aprile 2002, veniva tranquillamente reintegrato; più tardi, veniva investito di rilevanti cariche regionali e nazionali in seno all’associazione massonica.
Quindi, quanto già riportato all’inizio:
Assumono consistenza, dunque, le parole dell’ex gran maestro Di Bernardo secondo cui “un massone viene condannato per un reato che ha compiuto nella società, però per la massoneria questo non è sufficiente per convalidare quel giudizio. La massoneria dà a se stessa l’autorità di fare la sua verifica per emanare il suo verdetto, che a volte può concordare con quello profano, altre volte no”»
E infine:
«A parte quanto già evidenziato … allorché si è affrontata la questione dell’infiltrazione mafiosa nelle logge si è inoltre constatato che, in diverse occasioni, da parte dei vertici massonici, è stato coltivato l’interesse, del tutto opposto a quello ordinamentale, ad evitare l’accertamento e a salvaguardare la sopravvivenza di quelle articolazioni seppure ad alto rischio di connivenze con la criminalità».
L’“interesse ordinamentale”
Ebbene, questo “interesse ordinamentale” a colpire ogni condotta connivente con la criminalità organizzata non è esclusiva dell’ordinamento giuridico italiano, ma rappresenta un “interesse” statuito anche in ambito massonico, solo a considerare ogni tipo di “favoreggiamento” come condotta anti-massonica.
Recita infatti l’art. 187 del “Regolamento del Grande Oriente d’Italia”:
1) In caso di provvedimenti restrittivi della libertà personale emessi dall’autorità giudiziaria profana, il Fratello indagato od imputato può essere sospeso dal Gran Maestro fin quando non fornisca la prova dell’archiviazione, del proscioglimento od assoluzione per i capi d’accusa che hanno determinato il provvedimento restrittivo;
2) Nell’ipotesi che i fatti addebitati costituiscano anche colpa massonica, il Grande Oratore formula una Tavola d’accusa;
3) Il processo massonico viene immediatamente sospeso dopo la notificazione della tavola d’accusa sino alla definizione del processo da parte dell’autorità giudiziaria ordinaria.
Cosa significa tutto questo?
Significa una cosa ben precisa: che in caso di provvedimenti particolarmente gravi emessi dell’autorità giudiziaria statale l’ordinamento massonico prescrive, in capo al Grande Oratore, di promuovere senza indugio Tavola d’Accusa (l’atto di incriminazione interno alla Giustizia massonica) nei confronti dell’arrestato, al sussistere di due condizioni oggettive:
1) Che l’arrestato faccia parte del Grande Oriente d’Italia;
2) Che la condotta posta alla base del provvedimento di limitazione della libertà personale possa inquadrare la “colpa massonica”.
A tutela del fratello arrestato il 3° comma dell’articolo citato chiarisce bene la natura di “atto dovuto” della Tavola d’Accusa presentata dal Grande Oratore: infatti, nel contesto di in un impianto del tutto garantistico, si osserva: «Il processo massonico viene immediatamente sospeso dopo la notificazione della tavola d’accusa sino alla definizione del processo da parte dell’autorità giudiziaria ordinaria».
– Lo strano caso del “dr. Tumbarello” –

In data 7 febbraio 2023 usciva, sulla testata giornalistica on-line “Palermo Today”, un articolo titolato:
“Quando il dottore Tumbarello visitava Messina Denaro: «Sta molto male, occorre ricoverarlo»“
nel quale si afferma:
“Ha visitato più volte il latitante“
«Il professionista sarebbe stato perfettamente a conoscenza dell’identità del paziente che stava curando, ovvero il capomafia di Castelvetrano e non il suo alter ego Bonafede, al quale avrebbe fatto – dal 2020 a dicembre scorso, quando è andato in pensione – 95 ricette per dei farmaci e 43 per analisi ed esami. Lo avrebbe anche visitato personalmente, mentre non è ancora pienamente certo che sia stato lui a diagnosticargli il tumore di cui è affetto»
L’accusa di concorso esterno
«L’accusa per il medico è di concorso esterno in associazione mafiosa: “Il dottore Tumbarello – scrive il gip Alfredo Montalto – ha contribuito a garantire la latitanza di Messina Denaro per oltre due anni, proprio quando le condizioni di salute di quest’ultimo lo avrebbero inevitabilmente esposto all’altissimo rischio di essere individuato e arrestato, tenuto conto della necessità di avere cure specialistiche e interagire con numerose persone e professionisti”. Ma ha anche “garantito che la latitanza si svolgesse a Campobello di Mazara, nel cuore del mandamento mafioso di Castelvetrano, che Messina Denaro potesse curarsi ‘a casa sua’, evitando il necessario allontanamento dal ‘territorio’ che avrebbe minato anche il suo ruolo di vertice di Cosa nostra. Il contributo del dottore Tumbarello è stato dunque finalizzato consapevolmente a favorire e rafforzare l’intera organizzazione mafiosa, alla luce del contesto ambientale in cui è avvenuta la condotta (Campobello di Mazara) e della fondamentale considerazione che in caso di arresto del suo vertice sarebbe stata inevitabilmente compromessa l’intera attività dell’associazione mafiosa”»
Ancora:
Le visite, le prescrizioni e il ricovero
«Secondo la ricostruzione della Procura, il medico il 5 novembre del 2020 avrebbe formato la falsa scheda a nome di Andrea Bonafede “nella quale ha dato atto di aver eseguito personalmente un’accurata anamnesi e valutazione clinica del paziente, sollecitandone il ricovero”. Ecco perché i pm ritengono che Tumbarello “ha visitato più volte Messina Denaro e non già il suo assistito Bonafede”. L’11 gennaio del 2021, per esempio, ha prescritto a “Bonafede” una timoscintigrafia a Mazara del Vallo, il 28 gennaio 2021 l’analisi di mutazione del dna alla clinica La Maddalena e il primo febbraio successivo l’estrazione del dna sempre nella struttura. Gli ultimi accertamenti prescritti risalirebbero alla fine di novembre scorso, visto che pochi giorni dopo il medico è andato in pensione»
E per finire:
Le antiche conoscenze e la testimonianza di “Svetonio”
«Gli inquirenti mettono poi in evidenza “i rapporti pregressi” tra Tumbarello e il fratello dell’ex superlatitante, Salvatore Messina Denaro, già condannato per mafia. Così come il nome di Tumbarello non è affatto nuovo alle cronache giudiziarie visto che era emerso nella vicenda del sindaco Antonio Vaccarino che per conto del Sisde, col soprannome “Svetonio”, aveva cercato e trovato un canale di collegamento con Matteo Messina Denaro (che si firmava “Alessio”) tra il 2004 e il 2006. Nell’ordinanza viene ricordata una testimonianza in un processo di molti anni fa di Vaccarino: “Sono stato io a chiedere al dottore Tumbarello di poter incontrare Salvatore Messina Denaro, perché ero suo assistito”. Lo studio del medico, quindi, sarebbe stato ritenuto già allora un posto sicuro»
“Spregiudicata capacità delinquenziale”
«Il gip sottolinea che “non può minimamente dubitarsi della consapevolezza da parte di Tumbarello di prestare la sua attività professionale in favore di un soggetto diverso da quello da lui indicato in Bonafede Andrea classe 1963. E non si vede quale altra ragione possa esservi nell’utilizzare una falsa identità in un percorso terapeutico per una patologia di siffatta gravità se non quella di assicurare al suo effettivo e reale beneficiario, Messina Denaro, di accedere alle cure sanitarie nonostante il suo notorio stato di latitanza perdurante da decenni”. Il giudice rimarca infine che Tumbarello “ha dimostrato una non comune e spregiudicata capacità delinquenziale, ancora più melliflua e sfuggente perché celata attraverso lo svolgimento di una nobile professione, e ancor più grave perché manifestata attraverso l’abuso delle pubbliche funzioni certificative che ha il medico di base”»
È poi notizia di pochi giorni fa che il Tribunale del Riesame ha negato la scarcerazione del fratello dr. Alfonso Tumbarello, poiché è emerso, nel corso dell’istruttoria, che la scheda intestata al paziente Andrea Bonafede, alter ego del boss di Castelvetrano, non sarebbe stata accessibile a tutti.
Questa circostanza per la Procura non sarebbe affatto casuale.
Matteo Messina Denaro

Giunti a questo punto, desideriamo focalizzare la tua attenzione sulla figura di Matteo Messina Denaro, cioè sul presunto “favorito” dall’attività del fratello medico Alfonso Tumbarello a Campobello di Mazzara.
Una lunga storia di sangue
Oltre che per le stragi mafiose avvenute tra il 1992 e il 1993, costate la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, agli uomini delle Forze dell’Ordine addetti alle loro scorte e ad altri cittadini (ricordiamo l’autobomba di via dei Georgofili a Firenze), Matteo Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, è imputato per altre decine di omicidi. Di alcuni è stato il mandante, mentre di altri è accusato di essere l’esecutore materiale, cioè la persona che ha portato effettivamente a termine l’assassinio.
Tra gli omicidi di cui è stato il mandante, nel 1995, quello di Giuseppe Montalto, agente di Polizia Penitenziaria nella sezione 41-bis del carcere Ucciardone di Palermo. Ucciso nei pressi di Trapani dopo aver intercettato e consegnato alle autorità un “pizzino”, cioè un messaggio, diretto a un capomafia all’interno del carcere.
Il piccolo Giuseppe Di Matteo

Tra gli altri omicidi di cui Matteo Messina Denaro è ritenuto responsabile (sentenza del 12 gennaio 2012 e relativa condanna all’ergastolo) spicca quello, senz’altro infame, perpetrato ai danni del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito su suo ordine da Cosa Nostra all’età di dodici anni, dopo che il padre Santino aveva cominciato a collaborare con la Giustizia, soffocato e sciolto nell’acido pochi giorni prima del suo quindicesimo compleanno.
Questa la ricostruzione dell’omicidio fatta in Aula da Vincenzo Chiodo, uno degli esecutori materiali:
«Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, era come un animale, sembrava molle… anche se non ci mancava da mangiare, sicuramente la mancanza di libertà… il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale, non lo so, perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire»
La “questione morale” che affligge la Massoneria italiana
Dopo aver esposto i fatti precedenti, nel loro esclusivo apparire oggettivo, veniamo ora a quella che ci sembra la “questione morale” che affligge la Massoneria italiana. La esprimiamo con un primo secco interrogativo: «Perché alle tante belle parole, che siamo i primi a condividere, a sottoscrivere e ad applaudire, non conseguono – nel caso specifico del dr. Alfonso Tumbarello – semplici azioni congruenti rivolte ad avvalorarle e confermarle?»
È forse questo che vieni a domandare ad Antonio Seminario?
Il nostro Fratello Alfonso Tumbarello è stato condannato a 15 anni di carcere perché: “Era consapevole di curare il boss”. Il Grande Oriente d’Italia ha preferito ancora una volta, come sempre in passato, voltarsi dall’altra parte, e Tumbarello ancora oggi non è stato espulso dal nostro Ordine massonico, nonostante il Tribunale di Marsala (Trapani) abbia così motivato la sua sentenza:
“è stata raggiunta la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’imputato ha consapevolmente posto in essere una condotta funzionale a garantire l’accesso del latitante alle cure sanitarie sotto falsa identità”.

È questo il genere di Massoneria che piace alla U.G.L.E.? Attendiamo da te risposta.
…Caro Johnny, dacci retta… “chi te lo fa fare”?
Dacci retta, Johnny, stattene a casa! Stai lontano da tutta questa merda.