Bellantoni e Seminario: l’errore di appellarsi a chi appartiene al sisteMa. La Lettera alla Redazione
Carissimi di Voce di Hiram,
ho letto con attenzione l’articolo dedicato all’operazione “Marvizza” e, soprattutto, l’appello rivolto a Ugo Bellantoni affinché contribuisca a sottrarre la Massoneria calabrese alle conseguenze della gestione di Antonio Seminario.
Con la massima franchezza, ritengo che quell’appello nasca da un errore di prospettiva tanto evidente quanto decisivo. Esso presuppone che Bellantoni si trovi al di fuori del sistema che dovrebbe contribuire a disarticolare, quasi fosse un’autorità terza, un patriarca appartato, un uomo ancora capace di elevarsi al di sopra delle parti e di compiere, in nome della coscienza massonica, l’atto risolutivo di “staccare la spina” a Seminario.
Ma proprio questo presupposto, a mio giudizio, non regge.
Ugo Bellantoni non è una figura periferica della vicenda, né un semplice testimone della crisi. È un dirigente storico del Grande Oriente d’Italia, un Gran Maestro Onorario, un uomo che per decenni ha esercitato autorevolezza, influenza e capacità di orientamento nella Massoneria calabrese e, in particolare, in quella vibonese. Non può dunque essere rappresentato come un osservatore innocente, rimasto ai margini di un meccanismo del quale avrebbe ignorato struttura, logiche e conseguenze.
Chi possiede un’autorità tanto vasta non è mai soltanto spettatore. Chi dispone di prestigio, relazioni e capacità di indirizzo non può rifugiarsi nella neutralità quando il sistema che ha contribuito a sostenere precipita la Comunione in una crisi istituzionale di tale profondità.
Bellantoni ha avuto tempo, strumenti, anzianità e prestigio sufficienti per comprendere ciò che stava accadendo. Avrebbe potuto prendere le distanze. Avrebbe potuto pronunciare una parola libera. Avrebbe potuto anteporre l’interesse della Comunione alla continuità degli equilibri di potere. Non risulta che lo abbia fatto.
Per questa ragione, l’appello che gli viene rivolto appare non soltanto ingenuo, ma concettualmente rovesciato. Non si può chiedere a uno dei garanti politici e territoriali di un sistema di trasformarsi improvvisamente nel suo demolitore. Non si può invocare come liberatore colui al quale, semmai, dovrebbe essere chiesto conto del sostegno prestato alla costruzione, alla legittimazione e alla permanenza di quello stesso sistema.
Il punto non è stabilire se Bellantoni possa, per convenienza, abbandonare Seminario nel momento del declino. Il punto è comprendere che un’eventuale dissociazione tardiva non cancellerebbe la responsabilità politica e massonica maturata negli anni della continuità. Abbandonare un sistema quando esso non è più in grado di proteggere i propri sostenitori non equivale ad averlo combattuto. Prenderne le distanze quando il suo fallimento diviene evidente non significa esserne stati estranei. E soprattutto, mutare posizione all’ultimo momento non trasforma un garante del passato nel salvatore del futuro.
Antonio Seminario, dal canto suo, non può essere descritto come una figura casualmente travolta da una disputa elettorale. La sua intera vicenda massonica lo colloca al centro dell’apparato dirigente del Grande Oriente d’Italia. Non è giunto al vertice per interrompere la stagione di Stefano Bisi, ma come espressione della sua continuità politica e organizzativa.
Seminario non è la negazione del sistema bisiano. Ne è la conseguenza. Non ne rappresenta la correzione. Ne costituisce la prosecuzione. Bisi ha costruito l’architettura del potere; Seminario ne ha ereditato strutture, relazioni e metodo; Bellantoni ne ha rappresentato, nella realtà calabrese, uno dei più autorevoli punti di sostegno.
Questa, a mio giudizio, è la vera geometria della crisi.
E una crisi non si comprende osservando soltanto l’uomo che occupa il vertice. La si comprende individuando la rete che lo ha prodotto, sostenuto e difeso.
Seminario ha progressivamente identificato la propria permanenza con la sopravvivenza stessa dell’Istituzione. È questo uno degli errori più gravi che possa commettere chi governa un Ordine iniziatico: convincersi che la propria persona coincida con l’Ordine e che ogni critica rivolta al capo costituisca un’aggressione alla Comunione.
Ma il Grande Oriente d’Italia non coincide con Antonio Seminario. La dignità dell’Istituzione non dipende dalla sua permanenza. La tutela della Massoneria non consiste nel proteggere il suo vertice dal giudizio, bensì nel garantire che il vertice sia sottoposto alle regole, alla verità e alla sovranità dei Fratelli.
Contestare un’investitura non significa colpire il GOI. Chiedere il rispetto della volontà elettorale non significa tradire la Comunione. Pretendere chiarezza, legalità e responsabilità non costituisce un atto di ostilità verso l’Istituzione.
La vera delegittimazione si produce quando le regole vengono percepite come strumenti adattabili alle esigenze del potere e quando la permanenza di un uomo diviene più importante della serenità dell’Ordine.
Seminario avrebbe potuto scegliere la via della prudenza. Avrebbe potuto sospendere ogni pretesa di identificare la propria sorte con quella della Comunione. Avrebbe potuto compiere un passo indietro, non come ammissione di colpa, ma come atto di superiore responsabilità.
Non lo ha fatto.
Ha preferito, a mio giudizio, difendere la propria posizione anche al prezzo di prolungare la lacerazione, l’incertezza e il discredito.
Una simile scelta non è la prova di un’autorità salda. È il segno di un potere che non sa più distinguere la propria conservazione dal bene dell’Istituzione che pretende di rappresentare.
Per questa ragione ritengo che l’articolo commetta un errore quando affida a Bellantoni il ruolo di possibile arbitro della crisi. Bellantoni non può essere chiamato a salvare la Massoneria calabrese da Seminario come se non avesse avuto alcuna parte nella sua ascesa e nel consolidamento della sua influenza.
Prima di invocare la sua opera di mediazione, bisognerebbe chiedergli una parola di verità sulla propria responsabilità politica e massonica.
Perché esiste un momento nel quale il silenzio cessa di essere prudenza e diviene adesione morale all’ordine delle cose. Esiste un momento nel quale la fedeltà a un uomo si trasforma in infedeltà all’Istituzione. Ed esiste un momento nel quale il prestigio accumulato in decenni di appartenenza non può più essere utilizzato come scudo, ma deve diventare misura della responsabilità.
Più alta è l’autorità, più grave è il dovere di intervenire. Più profonda è l’esperienza, meno credibile diviene l’alibi dell’inconsapevolezza. Più vasto è il potere di influenza, più severo deve essere il giudizio sulla scelta di non esercitarlo in difesa della verità.
Non servono, pertanto, appelli sentimentali rivolti ai protagonisti del sistema. Non servono pacificazioni fondate sull’oblio. Non servono transazioni tra gruppi di potere, né vie d’uscita che consentano a chi ha sostenuto l’attuale assetto di ricollocarsi senza rispondere delle proprie scelte.
Servono verità, responsabilità e giudizio.
Bisi, Seminario, Bellantoni e tutti coloro che abbiano consapevolmente concorso a subordinare la vita della Comunione alla conservazione di un potere personale devono essere chiamati a rispondere dinanzi agli organi massonici legittimi, con pienezza di contraddittorio e nel rispetto delle leggi dell’Ordine.
Non si tratta di pronunciare condanne sommarie. Chi denuncia l’arbitrio non può sostituirlo con un arbitrio contrario. Ma proprio il rispetto delle garanzie esige che le responsabilità siano finalmente esaminate senza reticenze, senza immunità politiche e senza indulgenze fondate sul prestigio personale.
Qualora venisse accertato che la sovranità dei Fratelli, la libertà del voto, le leggi dell’Ordine e il bene generale della Comunione sono stati sacrificati alla conservazione del potere, ci troveremmo dinanzi al più grave tradimento concepibile in una Istituzione iniziatica.
Un alto tradimento massonico.
Non una fattispecie dell’ordinamento penale dello Stato, ma il tradimento della parola data, della fedeltà all’Ordine, della sovranità dei Fratelli e del dovere di anteporre l’Istituzione a sé stessi.
E se tali responsabilità fossero regolarmente accertate, non potrebbero essere cancellate da una pacificazione di convenienza, da un’amnistia interna o da una temporanea sospensione. La conseguenza dovrebbe essere definitiva: l’espulsione perpetua dall’Ordine.
Non per vendetta. Non per odio personale. Non per sostituire una fazione con un’altra.
Ma perché chi abbia consapevolmente utilizzato l’Istituzione contro l’Istituzione, contribuendo a dividerla e a comprometterne l’autorevolezza, non può continuare a fregiarsi del nome di Libero Muratore.
Leo Taroni, pertanto, non dovrà limitarsi a ottenere il riconoscimento di una vittoria giudiziaria o elettorale. Dovrà contribuire a una più profonda opera di rigenerazione: smantellare il sistema costruito durante la stagione di Bisi, continuato da Seminario e sostenuto da tutti coloro che ne hanno garantito la sopravvivenza politica e territoriale.
Non basterà rimuovere Seminario lasciando intatto il metodo. Non basterà sostituire il vertice conservando la rete. Non basterà proclamare la pace senza avere prima ricostruito la verità.
Una pacificazione priva di giustizia non è pace. È soltanto la tregua con cui un sistema sconfitto prepara la propria restaurazione.
La Massoneria italiana non ha bisogno di salvatori tardivi. Ha bisogno che i Fratelli tornino sovrani. Ha bisogno che la legge torni superiore agli uomini. Ha bisogno che il prestigio non sia più un privilegio sottratto al giudizio, ma una responsabilità più severa.
Per questo l’appello rivolto a Ugo Bellantoni mi appare politicamente ingenuo e massonicamente fuorviante.
Bellantoni non è l’uomo al quale chiedere di liberare la Massoneria calabrese da Seminario. È uno degli uomini ai quali chiedere conto del sostegno offerto a Seminario e del ruolo esercitato nella conservazione del sistema che oggi si pretende di superare.
La Massoneria non sarà salvata da coloro che hanno custodito l’ordine della crisi.
Sarà salvata soltanto da chi avrà il coraggio di interromperlo.
Fraterni saluti.